L’atarassia è l’assenza di turbamento, l’assenza di scuotimento ma tradurla come “calma” o “tranquilità” è davvero riduttivo.
Il termine affonda le sue radici nell’antico greco ἀταραξία, sembra nascere da una negazione: a-taraxia, ovvero assenza di turbamento, sospensione dell’onda che increspa l’animo. Chi la definisce come mera assenza di ansia non ha compreso che essa non è un vuoto negativo, una mancanza, un difetto di intensità: è piuttosto una pienezza di altra natura, uno stato positivo che si conquista sottraendo. Democrito la intuì come serenità della mente libera da illusioni, Epicuro la elevò a fondamento della felicità, gli stoici la scolpirono come esito di una disciplina dell’anima, ma in ciascuna di queste definizione risalta il concetto di libertà: la vera libertà non consiste nell’inseguire ogni onda, ma nell’apprendere a starle sopra senza affondare.
Viviamo immersi in una costellazione di stimoli che non concedono tregua, in una società che vive nel volume del desiderio. Ogni attimo è colonizzato da notifiche, belle e brutte notizie che immancabilmente complicano e cambiano la quotidianità. In questo scenario, l’atarassia non appare come una fuga, ma come una distorsione della realtà: essa si oppone alla reazione, alla replica ma accoglie ogni nuovo stato in modo che non possa sconvolgere la placidità. L’atarassia restituisce all’individuo la possibilità di abitare il tempo invece di esserne travolto.
E tuttavia, proprio per questo, essa sembra quasi assente nella quotidianità. Le vite scorrono come sequenze automatizzate, prive di pause autentiche, incapaci di trarre vantaggio anche dai momenti più semplici, più innocenti. Inclini soltanto a lasciarci travolgere dal timore del fallimento, senza riconoscere che è proprio in esso che la passione si alimenta, trovando nuova linfa e rinnovato slancio verso il miglioramento. Siamo connessi a tutti, ma disconnessi da noi stessi: accumuliamo esperienze senza sedimentarle, emozioni senza comprenderle, desideri senza interrogarli.
Essere atarassici, allora, non significa sottrarsi al mondo, ma attraversarlo con uno sguardo profondo. È colui che, pur immerso nel flusso degli eventi, non si lascia possedere da essi; che sente senza essere travolto, che desidera senza esserne suo schiavo. L’atarassico ascolta più di quanto parli, osserva più di quanto giudichi, agisce più di quanto reagisca. La sua è una forza silenziosa, quasi invisibile, che si manifesta non nell’assenza di emozione ma nella sovranità su di essa: egli sente, ma non è posseduto da ciò. La sua è una forza silenziosa, quasi invisibile, che si manifesta non nell’assenza di emozione ma nella sovranità su di essa.
Essi sono spesso percepiti come distanti, freddi, razionali e insensibili. La loro misura viene scambiata per disinteresse, la loro quiete per passività. Viene relegato ai margini del discorso pubblico, dove regna chi grida più forte, chi si agita con maggiore visibilità.
L’atarassia può essere figurato nel cuore incandescente di luglio, quando il sole cade a picco, l’aria stessa sembra liquefarsi ma gli attimi che regala con i propri amici liberano l’io dalla sofferenza estiva raggiungendo uno stato di serenità impassibile. È un piacere che nasce dai sensi ma li trascende, come se l’uomo si disfacesse della propria forma limitata per farsi, per un istante, pura luce indistinta. Così è l’atarassia: un calore così assoluto da bruciare ogni confine, un incendio quieto che non consuma ma dissolve, generando dentro di sé solo energie positive e perfetta pace.
L’atarassia non è un dono che accade, né una condizione che si riceve passivamente; è modus vivendi che si costruisce con pazienza, attraverso esercizio, consapevolezza e una costante opera di discernimento. Essa esige una pratica, una fedeltà a sé stessi che si rinnova ogni giorno,. Questa è la capacità di restare integri e irrisoluti nel tempo; e forse, in questo risiede la sua verità più profonda: la pace non è ciò che il mondo ci concede quando si placa, ma ciò che noi stessi ergiamo quando il mondo continua a fare tempesta.
L’illustrazione, realizzata da Christian Stifani, è l’immagine perfetta dell’Atarassia: il molteplice che si placa nell’uno, i cerchi che si fanno più stretti, come se converga verso un unico scopo, quello della felicità: la traduzione visiva esatta di a-tarassein, “ciò che non si scuote più”. Il quadrato arancio, unico elemento di colore richiama l’energia ardente da cui nasce quella quiete. Non è un simbolo statico della calma, ma il disegno di un processo: il cammino dal caos all’ordine, dalla dispersione al centro.